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Un poco di "Storia"...

La quotidianità che da 64 anni vivono i Palestinesi in Libano è alienante e perlopiù sconosciuta: tra tutti gli stati limitrofi in cui i Palestinesi  si sono rifugiati fuggendo l’invasione israeliana del 1947, quello Libanese è tuttora di gran lunga il più inospitale. I profughi vi vivono in condizioni di esclusione sociale e politica, tra mille controlli e divieti,  principale il divieto al lavoro al di fuori dei campi, per un elenco incredibilmente lungo di professioni. Le uniche attività consentite sono manuali, umili, sottopagate e in nero. Le case in cui abitano sono quelle costruite all’epoca dopo le prime tendopoli, ma sempre più malsane, sempre più affollate, periodicamente distrutte dalle incursioni aeree e dalle guerre che hanno sconvolto il territorio, sempre quelle, ricostruite alla bell’e meglio, e sempre sullo stesso chilometro quadrato preso in concessione dall’UNRWA nel 1950 per ciascuno dei 12 campi ufficiali.


Lo stato Libanese non fornisce servizi nei campi, quelli indispensabili, dalla raccolta dei rifiuti, alla scuola, alla sanità vengono prestati dall’UNRWA, agenzia delle Nazioni Unite nata allo scopo l’ indomani della guerra del 47, e da poche Associazioni Palestinesi, sempre meno in grado di far fronte all’indigenza di un gran numero di famiglie, e all’aumento della popolazione reso oggi ancora più drammatico dalla recente diaspora Siriana. La vera emergenza qui oggi sono i palestinesi in fuga dalla Siria. Ti dicono che ci sono 1200 famiglie in più a Burj al Shemali, giri nel campo alla periferia di Tiro e non te ne rendi conto subito, soprattutto se giri in compagnia, chiacchierando o scattando foto. Ma se, come questa mattina, attraversi da sola le stradine del campo più interne, se presti ascolto ai rumori che vengono dall’interno delle catapecchie basse e  dalle finestre di fortuna, allora ti rendi conto che sono abitate.
Incredibile! Avresti giurato che si trattasse di un deposito! Se poi ti affacci nella palazzina della Beit Atfal Assomoud, associazione palestinese tra le più attive del Libano, e trovi la folla dei “due volte profughi” con il naso appiccicato agli elenchi affissi per la distribuzione degli aiuti che arrivano da ANERA (American Near East Refugees Aids), allora capisci che si, sono proprio in tanti, con la loro disperazione dignitosa: uomini, donne e tanti tanti bambini, in fila per ritirare i coupon “una tantum” previsti per ogni persona del nucleo familiare.


In questa situazione che fare? "Ulaia-ArteSud" piccola onlus fondata e tenuta in piedi con pochi aiuti da Olga Ambrosanio, fa quello che può, potendo contare solo sul volontariato di amici e sostenitori incontrati “per strada” eppure questo poco è ed è stato incredibilmente tanto in questi  pochi anni di lavoro in Libano: tanti progetti da quello musicale al Cercastorie ( scambio di storie e racconti tra bambini del campo e bambini italiani), al riciclo, al sostegno a ragazzi che studiano in Italia e a famiglie più bisognose di altre. 


 

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